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OMELIA
DI SUA SANTITA’
BARTOLOMEO
ARCIVESCOVO DI COSTANTINOPOLI - NUOVA ROMA
E PATRIARCA ECUMENICO
DURANTE LA PREGHIERA ECUMENICA
NELLA BASILICA DEI SANTI DODICI APOSTOLI
A ROMA

(Roma, 23 Maggio 2018)

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Vostra Eccellenza Mons. Angelo De Donatis, Vicario di Sua Santità per la Citta di Roma,
Reverendissimo Padre Marco Tasca, Ministro generale dell’Ordine dei Frati Minori Conventuali,
Eminenze, Eccellenze, Venerabili Padri,
Fratelli e Sorelle nel Signore,

Con il cuore pieno di gioia ci troviamo ancora una volta nella Città Eterna, la Antica Roma, per incontrare il nostra fratello, il Papa Francesco, scambiare con lui il Bacio di Pace e intrattenerci insieme su importanti temi che riguardano la umanità sofferente e tutto ciò che l’Amore di Dio ha offerto alla cura dell’uomo. E iniziamo questa nostra venuta a Roma con la preghiera in questa antichissima Basilica dei Santi Dodici Apostoli, dove con commozione, ammirandone lo splendore, non possiamo non ricordare che anche la Nuova Roma, Costantinopoli, custodiva la importantissima Chiesa dei Dodici Apostoli, seconda solo alla Grande Chiesa, Santa Sofia, ma che per la sua posizione nella allora Costantinopoli, rivestiva carattere di centralità, al punto di esservi sepolto per primo il Santo Imperatore Costantino il Grande e fino all’XI secolo, ospitava imperatori e patriarchi, come anche tante Sante Reliquie, come il capo di sant'Andrea Apostolo, di san Luca Evangelista e di san Timoteo, i resti di Giovanni Crisostomo e di altri Padri della Chiesa, santi e martiri. E’ stata distrutta nel 1462, ma si tramanda essa possa essere servita di modello anche alla Basilica di San Marco a Venezia.
Tuttavia questa sera non possiamo non sentire la stessa familiarità con questo meraviglioso tempio, che allo stesso modo contiene le Sante Reliquie di due Apostoli del Signore, San Filippo e San Giacomo figlio di Alfeo, detto anche il Minore, che tra poco venereremo. E l’amore dei fratelli e la corale preghiera dei Santi Apostoli per le Sante Chiese di Dio, hanno unito in un modo tutto speciale questa Basilica con il nostro Patriarcato Ecumenico, perché nel mese di maggio del 2017, parte delle Reliquie di San Filippo Apostolo sono state riportate a Smirne, dove nella vicina Hierapolis è stato rinvenuto l’antico sepolcro dell’Apostolo, e parte è stata donata alla nostra Chiesa Ortodossa, colà condotte da una delegazione di Padri Francescani. Ancora vi ringraziamo di questo dono, strumento dell’amore di Dio a sua gloria, che ci richiama a quanto abbiamo sentito dalla perìcope evangelica appena letta.
Il Vangelo di Giovanni infatti introduce Filippo subito dopo la Resurrezione di Lazzaro e la entrata gioiosa di Gesù a Gerusalemme, seduto su un puledro d’asina e acclamato col: “Benedetto colui che viene nel nome del Signore”. In questo clima di festa, viene chiesto a Filippo: “vogliamo vedere Gesù”. E’ un intimo momento di stupore in Filippo, che corre a chiamare Andrea e insieme vanno da Gesù, per udire dalle sue parole la glorificazione del Padre nel Figlio. “Intimo stupore” infatti, è quel sentimento che prova l’Apostolo Filippo tante volte del suo essere alla sequèla di Cristo, come nel “Vieni e vedi” di Natanaele, o quando viene messo alla prova durante la moltiplicazione dei pani, o quando chiede a Gesù di mostrare loro il Padre, all’Ultima Cena. Ma Filippo si fida del Maestro: “Se uno mi vuol servire mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servo”, così come si fidano tutti i suoi Apostoli e Discepoli, alle volte pur non comprendendo. Ognuno di loro, nella propria specificità, vive questo “stupore”, perché lo stupore offre una relazione viva con Dio, non è incanto, ma un lasciarsi pervàdere dalla “koinonia” dell’amore Trinitario. Gesù sceglie gli Apostoli e li invia quali testimoni del suo entrare nella storia dell’uomo, della sua morte e della sua Resurrezione, li costituisce annunciatori e con loro spezza il pane e benedice la coppa del vino nell’Ultima Cena. Questo “stupore” iniziale per le cose di Dio divine sempre più pregnante nella Chiesa Nascente, si fa incontro, dialogo, comunione nel Concilio degli Apostoli a Gerusalemme, prosegue nella storia della Chiesa in Oriente come in Occidente, si manifesta in tutta la sua tradizione che “non è una somma di postulati imparati a memoria, ma una esperienza vissuta”, come scrive il p. Dumitru Stanilaoe. La Chiesa, questa icona vivente, “così antica e tuttavia così nuova”, come dice Sant’Agostino, di fonda sul Cristo, e ci spalanca a Dio, e “quando dico  Dio,” - afferma San Gregorio il Teologo, - “voglio dire il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo”. Stupore, relazione, comunione, quindi Amore di Dio. Nella Liturgia di San Giovanni Crisostomo infatti, poco prima del Credo, il diacono dice: “Amiamoci gli uni gli altri, affinché in concordia professiamo!”, e il popolo risponde: “Il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, Trinità consustanziale ed indivisibile”.
Questo amore di relazione, questa necessità di comunione, ma anche questo stupore devono, ancora una volta, essere la predicazione apostolica, per i cristiani di oggi. Siamo ancora capaci di stupirci della chiamata che il Signore fa ad ognuno di noi? Siamo ancora capaci di rispondere al “Vieni e vedi” rivolto all’Apostolo Filippo? Stupirci delle cose di Dio, stupirci della fragilità dell’uomo e allo stesso tempo della unicità e della centralità di ogni essere umano?
La maggioranza degli Apostoli hanno vissuto il martirio di sangue, e purtroppo ancora oggi in numerose aree del mondo le nostre Chiese, i nostri Cristiani e non solo, vivono il martirio di sangue, vittime della arroganza fondamentalista che fa di Dio un idolo, della mancanza di relazione e di comunione e pertanto di Amore. Ma anche nelle società cosiddette cristiane, esiste un nuovo martirio, frutto della mancanza di stupore, che è il martirio della indifferenza, di una società post-religiosa, della aridità spirituale. Il chicco cade in terra, ma rimane solo, non produce frutto. E se vi manca lo stupore, quale relazione potremmo mai avere con Dio, e se non abbiamo relazione con Dio, quale comunione tra gli  esseri umani, tra noi e la creazione di Dio, quale bellezza e quale glorificazione?
Eppure “la speranza non delude”, perché Dio stesso è tutto questo. I Santi Apostoli sono i testimoni primi, ma anche ognuno di noi deve essere primo nella testimonianza apostolica. Per questo siamo venuti dalla Chiesa d’Oriente a stupirci della Chiesa d’Occidente. Possiamo continuamente vivere questo sentimento ogni qualvolta abbiamo la possibilità di trovarci con il nostro Fratello Vescovo di Roma, ma anche quando incontriamo ognuno di voi, amati fratelli e sorelle del Signore, perché non possiamo non stupirci delle meraviglie che Dio opera ogni giorno in ognuno di noi. E se ci incontriamo, la nostra relazione diviene piena, possiamo parlare, possiamo semplicemente dialogare, senza ripiegarci in atteggiamenti difensivi, o peggio di chiusura e di sospetto, ma anche senza nulla togliere alle nostre consapevolezze e fedeltà alla nostra Chiesa. Siamo certi che il dialogo arricchisce, fa superare le divergenze, fa comprendere il pensiero dell’altro e nulla toglie a chi entra in dialogo. Per questo non possiamo che stupirci del progredire del Dialogo Teologico tra le nostre Chiese  e delle relazione esistenti.
Amati Fratelli, stimato Vicario di Roma, - che abbiamo avuto la gioia di avere un poco con noi a Costantinopoli nello scorso aprile, - la relazione non può quindi prescindere dalla voglia di comunione. Gli Apostoli per riaffermare la loro comunione si sono incontrati a Gerusalemme per discutere assieme, allo scopo di intraprendere una missione più concreta di testimonianza e predicazione. Anche le nostre Chiese anelano alla piena comunione, al “già e non ancora”, nei tempi e nei modi che Dio vorrà. Relazione e comunione ci fanno però camminare insieme per parlare al mondo, ci offrono la possibilità di annunciare che Gesù è morto e risorto per ognuno di noi, e pertanto di dire all’uomo di oggi, - afflitto da terribili ingiustizie, da fondamentalismi religiosi, economici, sociali, afflitto da uno sfruttamento insensato delle risorse dell’ambiente naturale, a favore di pochi e a scapito di molti – che c’è ancora speranza, perché “il chicco di grano, …caduto in terra e muore, produce molto frutto”, e questo frutto è l’Amore, quell’amore di Dio che si riversa per la salvezza del mondo, e che San Filarete di Mosca, nel XIX secolo, così ha ben sintetizzato: “Il Padre è l’amore che crocifigge, il Figlio è l’amore crocifisso e lo Spirito Santo è l’amore che trionfa con la forza invincibile della Croce”. (Orations, Parigi 1849).
Figli amati nel Signore,
prima di concludere, non possiamo dimenticare, davanti ai doni che avete voluto offrirci questa sera, un grande Santo della Chiesa d’Occidente, amato anche in Oriente, San Francesco di Assisi, che dello stupore davanti al disegno di Dio e davanti al Crocifisso di San Damiano, ne ha fatto una bandiera.  Anche per Francesco di Assisi, lo stupore per le cose di Dio ha portato alla relazione fraterna coi suoi frati, con ogni uomo, con ogni essere vivente, con lo stupore davanti alla bellezza del creato, datoci da Dio; ma egli è stato anche un uomo di comunione nella sua Chiesa, fino a spogliarsi di tutto per l’Amore di Dio, trasfigurato in Cristo come uomo di pace, che porta e dà pace. Abbiamo avuto l’onore di pregare più volte davanti alla sua tomba ad Assisi e anche per questo ringraziamo Dio, a Lui sia la gloria nei secoli. Amen.